Popper

La rivoluzione epistemologica di Popper rappresenta il riflesso, in filosofia, della rivoluzione scientifica compiuta da Einstein in fisica. Popper rimase colpito dal fatto che Einstein avesse formulato delle previsioni rischiose, ossia dal fatto che le sue teorie, a differenza del marxismo e della psicoanalisi fossero organizzate non in vista di facili conferme («verificazioni») ma in vista di possibili smentite (o «falsificazioni»). Inoltre, Popper trasse da Einstein la conclusione che le teorie scientifiche non sono verità assolute, ma semplici ipotesi o congetture destinate a rimanere tali. Popper ha tratto da Einstein princìpi di fondo della sua epistemologia: il falsificazionismo e il fallibilismo.

LA RIABILITAZIONE DELLA FILOSOFIA
Il pensiero di Popper può essere diviso in due grandi parti: l’epistemologia e la politica. Innanzitutto, egli afferma che il suo interesse non si rivolge soltanto alla teoria della conoscenza scientifica, bensì alla teoria della conoscenza in generale, pur aggiungendo che lo studio dell’accrescersi della conoscenza scientifica è il modo più proficuo di studiare l'accrescersi della conoscenza. Popper ribadisce la necessità e ineliminabilità della filosofia. Tutti gli uomini sono filosofi, perché in un modo o nell’altro assumono un atteggiamento nei confronti della vita e della morte. Inoltre insiste sul fatto che, come esistono teorie scientifiche o politiche, perché esistono problemi scientifici o politici, così esistono le teorie filosofiche perché esistono problemi di natura filosofica.

LE DOTTRINE EPISTEMOLOGICHE
Il punto di partenza di Popper è la ricerca di un criterio di demarcazione fra scienza e non-scienza, che permetta di separare le asserzioni delle scienze empiriche e le altre asserzioni. Secondo un luogo comune una teoria risulta scientifica nella misura in cui può essere «verificata» dall’esperienza. In realtà, ribatte Popper, il verifìcazìonìsmo è un mito o un’utopìa, in quanto, per verificare completamente una teoria o una legge, dovremmo aver presenti tutti i casi. Ma ciò non è possibile. Infatti, da una somma, per quanto ampia. ma pur sempre limitata. di casi particolari non potrà mai scaturire una legge universale. Popper elabora allora il criterio di falsificabilità. Secondo tale criterio una teoria è scientifica nella misura in cui può venir smentita dall’esperienza; ovvero se i suoi enunciati risultano in potenziale conflìtto con eventuali osservazioni. Una teoria è classificabile come scientifica nella misura in cui dispone di un sistema di controlli empirici, ossia quando esibisce, nella forma delle asserzioni-base, delle possibili esperienze falsificanti: Un'asserzione o teoria è falsificabile se e solo se esiste almeno un falsificatore potenziale, almeno un possibile asserto di base che entri logicamente in conflitto con essa. Ad esempio. l’asserzione domani pioverà o non pioverà non è empirica (come le proposizioni classiche della metafisica) in quanto non può essere confutata, mentre è empirica (come le proposizioni della scienza) l’asserzione domani pioverà. Una teoria che non possa venir contraddetta da nessuna osservazione non ha un contenuto empirico e non dice nulla di scientificamente valido intorno al mondo.

ASSERZIONI DI BASE
Le asserzioni-base sono quegli enunciati elementari, aventi la forma di asserzioni singolari di esistenza (ad es. «nel luogo K c’è un indice»), che risultano intersoggettivamente controllabili dagli osservatori. Il valore delle asserzioni-base, secondo Popper, non dipende da proprietà intrinseche, ma da una «decisione» dei ricercatori, ossia dal fatto che gli scienziati di un certo periodo storico si trovano d’accordo nel ritenerle valide e nell’usarle come mezzi di controllo delle teorie. Poiché la comunità dei ricercatori può sempre decidere cli metterle in discussione, ne segue che la base empirica del sapere risulta priva di qualsiasi assolutezza e che alla tradizionale immagine della scienza come edificio stabile basato su una solida roccia bisogna contrapporre l’innovativa immagine della scienza come costruzione precaria eretta su fragili palafitte.

TEORIA DELLA CORROBORAZIONE
La «superiorità» epistemologica del principio di falsificabilità, che insiste sul valore della smentita rispetto a quello della conferma, deriva, secondo Popper, dalla asimmetria logica fra verificabilità e falsificabilità, ossia dal fatto che miliardi e miliardi di conferme non rendono certa una teoria, mentre basta un solo fatto negativo per smentirla (ad es nessuna osservazione particolare di soli cigni bianchi sarà mai in grado di giustificare la validità della tesi generale tutti i cigni sono bianchi, mentre basta l’osservazione di un solo cigno nero per smentirla). Popper ritiene che le teorie, pur non potendo essere verificate, ma solo, eventualmente, falsificate, possano tuttavia venir corroborate. Un’ipotesi teorica è corroborata quando ha superato il confronto con un’esperienza potenzialmente falsificante. Ma la corroborazione non è un indice di verità, ma uno strumento per stabilire la preferenza rispetto alla verità. Questo significa che la corroborazione, pur non potendo fungere da definitivo criterio di giustificazione delle teorie, può fungere da criterio di scelta fra ipotesi rivali.

RIABILITAZIONE DELLA METAFISICA
Il criterio di falsificabilità è semplicemente un criterio di demarcazione fra le teorie scientifiche e quelle non-scientifiche. Di conseguenza, per quanto riguarda la metafisica, il discorso di Popper risulta diverso da quello neoempiristico. Certo, afferma Popper, la metafisica, non essendo falsificabile, non è una scienza. Ma questo non significa, come vorrebbero i neopositivisti che sia senza senso. Infatti noi comprendiamo benissimo che cosa i metafisici vogliono dire, anche se non disponiamo di strumenti atti a controllare la validità delle loro tesi. Inoltre, ai neopositivisti è sfuggita la serie delle interconnessioni psicologiche e storiche fra teorie metafisiche e teorie scientifiche, ovvero la funzione propulsiva esercitata di fatto dalla metafisica nei confronti della scienza. Infatti, dal punto di vista psicologico, la ricerca empirica risulta impossibile senza la fede in idee metafisiche generali (si pensi all’idea dell'ordine dell’universo). Ad esempio, per quanto concerne la cosmologia, da Talete ad Einstein, sono state e idee metafisiche a indicare la strada. Anzi, in taluni casi, idee che prima stazionavano nelle regioni della metafisica (es. l’atomismo) si sono trasformate in dottrine scientifiche.

Critica al marxismo e alla psicanalisi
Molto più duro risulta l’atteggiamento di Popper nei confronti del marxismo e della psicoanalisi. Lo studio di una qualunque di queste teorie generali sembrava avere l’effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, che consentiva di levare gli occhi su una nuova verità. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle "conferme". Mentre la dottrina di Einstein si presenta con un potere esplicativo limitato e risulta aperta a possibili smentite, marxismo e psicanalisi sono dottrine onni-esplicative a maglie larghe che appaiono: a) dotate di insufficiente falsificabilit. b) dirette ad aggirare possibili smentite tramite continue ipotesi di salvataggio. Ad esempio, per quanto riguarda il marxismo, le previsioni, connesse a taluni suoi enunciati originari (come l’analisi della incombente rivoluzione sociale) erano controllabili, e, di fatto, vennero falsificate. Tuttavia, invece di prendere atto di tali confutazioni i seguaci originari di ‘Marx reintepretarono sia la teoria, sia le prove empiriche, per farle concordare. Così salvarono la teoria, ma a condizione di renderla inconfutabile (e quindi non-scientifica).

Congetture e confutazioni
Tutta la mia concezione del metodo scientifico si può riassumere dicendo che esso consiste di questi tre passi: 1) inciampiamo in qualche problema; 2) tentiamo di risolverlo, per esempio proponendo qualche nuova teoria; 3) impariamo dai nostri errori, in particolare da quelli su cui ci richiama la discussione critica dei nostri tentativi di soluzione, una discussione che tende a condurci a nuovi problemi. O per dirla in tre parole: problemi - teorie - critica.

Questo metodo non è altro che il procedimento per congetture e confutazioni o per prova ed errore (trial and error), che consiste nel rispondere a un problema mediante un’ipotesi che deve venir sottoposta al vaglio ritico dell’esperienza. Secondo il razionalismo critico nella scienza c’è un unico metodo. Congetture (che poi verranno controllate) formulano il fisico e il chimico, il biologo. Al punto che fra Einstein e un’ameba, cioè fra un grande scienziato e un semplicissimo organismo cellulare, non esiste alcuna differenza dì fondo: entrambi adottano il metodo per prova ed errore nella soluzione dei problemi, anche se il primo dimostra, a differenza del dogmatismo dell’ameba, un atteggiamento critico e costruttivo di fronte agli errori.

IL RIFIUTO DELL’INDUZIONE E TEORIA DELLA MENTE
Per una tradizione di pensiero che va da Bacone ai giorni nostri la scienza si fonda sull’induzione, intesa come procedimento che va dal particolare all’universale. In realtà, sostiene Popper, l’induzione, concepita come procedimento di giustificazione delle teorie, non esiste. Infatti, per quanto numerose possano essere le osservazioni singolari, esse non sono mai capaci di produrre teorie universali («per quanto numerosi siano i casi di cigni bianchi che possiamo aver osservato, ciò non giustifica la conclusione che tutti i cigni sono bianchi»). Questa impotenza strutturale dell’induzione trova un’illustrazione nella vicenda del «tacchino induttivista» raccontata da B. Russell. Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così, arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni le più disparate. Finché la sua coscienza induttivista fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però, questa conclusione si rivelò incontestahilrnente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato. Connettendo il motivo deduttivistico con quello empiristico, Popper può quindi presentare la propria dottrina epistemologica come sintesi di due teorie classiche della conoscenza: una sintesi di elementi di razionalismo e di empirismo. Infatti, da un lato essa fa proprio l’orientamento logico-deduttivistico del razionalismo e dall’altro accetta l’insegnamento di fondo dell’empirismo moderno, secondo cui è solo l’esperienza che può aiutarci a decidere in merito alla validità di un’ipotesi. Il rigetto dell’induzione si accompagna ad un rifiuto dell’osservazionismo, ossia della teoria secondo la quale lo scienziato osserva la natura senza presupposti o ipotesi precostituite. La nostra mente non è un recipiente vuoto ma un faro che illumina, ossia un deposito di ipotesi, consce o inconsce, alla luce delle quali percepiamo la realtà. Per cui, nell’accostarci ai presunti «fatti», noi siamo già da sempre impregnati di teoria. L’osservazione risulta carica di teoria (theory laden) .

RAPPORTI CON KANT
La teoria della mente come faro può richiamare la nota tesi kantiana secondo cui il nostro intelletto non deriva i propri schemi mentali dalla natura, ma li impone ad essa. Popper stesso sottolinea l’affinità, ma puntualizza immediatamente la differenza, affermando che mentre per il criticista gli schemi della mente sono necessariamente validi, in quanto la natura non può contraddirli, per il falsificazionista essi sono delle semplici ipotesi che l’esperienza può smentire all’istante, ossia delle congetture che la natura può contraddire in ogni momento. Pur essendo psicologicarnente e logicamente a priori, le aspettative della nostra mente non sono gnoseologicamente valide a priori. Quando Kant affermò: “il nostro intelletto non trae le proprie leggi dalla natura, ma le impone ad essa”, era nel giusto. Ma sbagliava nel ritenere che delle leggi fossero necessariamente vere, o che noi riuscissimo senz’altro ad imporle alla natura. La natura, assai spesso, si oppone molto efficacemente, costringendoci ad abbandonare le nostre leggi in quanto confutate; ma finché viviamo, possiamo riprovarci ancora.

SCIENZA E VERITA
Secondo Popper la scienza non è episteme, ovvero un sapere definitivo e assolutamente certo, in quanto le sue dichiarazioni sono e restano ipotesi. Del resto le teorie non sono mai verificate, ossia portate nel regno delle verità immutabili, ma semplicemente corroborate, ossia temporaneamente non-falsificate. Popper afferma invece: 1) che il nostro sapere è strutturalmente problematico e incerto: 2) che la scienza possiede, come tratto costitutivo, la fallibilità e l’autocorreggibihità; 3) che il classico problema di come possiamo giustificare la nostra conoscenza risulta privo di senso; 4) che all’uomo non compete il possesso della verità, ma solo la ricerca, mai conclusa, di essa. Sostenendo che tutte le conoscenze umane sono incerte e che «la ricerca non ha fine», il fallibilismo si presenta come una sorta di ripresa odierna, in chiave epistemologica, del socratismo: «il fallibilismo è nient’altro che il non-sapere socratico. Secondo Popper, Io scopo della scienza non è la verità ma il raggiungimento di teorie sempre più verosimili, ovvero sempre più vicine all’ideale di una descrizione esauriente del mondo. In altri termini, dire che una teoria è migliore di un’altra e che realizza un certo progresso nei suoi confronti, equivale a dire, per Popper, che «essa appare più vicina alla verità». Assimilando la scienza a un campo di battaglia fra teorie rivali, nel quale hanno il sopravvento le teorie «migliori», Popper finisce per approdare ad una epistemologia di tipo evoluzionistico o darwiniano: «lo sviluppo della nostra conoscenza è il risultato di un processo strettamente rassomigliante a quello chiamato da Darwin “selezione naturale”; cioè la selezione naturale delle ipotesi: la nostra conoscenza consiste, in ogni momento, di quelle ipotesi che hanno dimostrato il loro (relativo) adattamento sopravviendo fino ad ora nella lotta per l’esistenza; una lotta concorrenziale che, elimina quelle ipotesi che sono inadatte».

Il realismo dell’ultimo Popper
La visione fallibilistica della scienza si accompagna, in Popper, al rifiuto di due classiche posizioni filosofico-epistemologiche: l’essenzialismo (secondo cui le teorie scientifiche descrivono la natura essenziale della realtà) e lo strumentaismo (secondo cui le teorie scientifiche sono nient’altro che utili strumenti di previsione). Il rifiuto dello strumentalismo si è ulteriormente accentuato nelle ultime opere e sta alla base della ripresa popperiana del realismo. In un secondo tempo Popper è andato esplicitamente elaborando una teoria realistico-obiettivistica basata sulla definizione della verità come corrispondenza fra proposizioni e fatti: chiamiamo “vera” un’asserzione se coincide con i fatti. Questo esito realistico ha stupito qualche studioso. In realtà si connette strettamente ai principi della filosofia popperiana ed obbedisce al desiderio di evitare il relativismo implicito in quelle posizioni di pensiero che, non distinguendo fra teoria e fatti, risultano prive di un criterio atto a valutare la consistenza delle teorie stesse. In altri termini, l’ipotesi realistica appare l’unica in grado di rammentarci che le nostre idee possono essere errate. Un aspetto del realismo dell’ultimo Popper è la cosiddetta teoria dei tre mondi. Il Mondo 1 è quello delle cose, cioè degli oggetti fisici e dei fatti naturali. Il Mondo 2 è quello delle esperienze soggettive, cioè degli stati cli coscienza, dei pensieri. dei sentimenti ecc. Il Mondo 3 è costituito dai contenuti del nostro pensiero, ovvero dalle teorie (non solo scientifiche, ma anche metafisiche, religiose, mitiche ecc.) le quali sono oggettive (in quanto non dipendono dagli stati d’animo e trascenclono gli individui) e altrettanto reali quanto «i tavoli e le sedie fisiche». Il Mondo 3 presenta qualche parentela con il mondo platonico delle idee. In realtà l’analogia non dev’essere amplificata oltre misura, in quanto le teorie pur essendo logicamente autonome sono connesse alla storicità che è propria del mondo umano.

LE DOTTRINE POLITICHE
Le opere in cui Popper tratta esplicitamente di problemi riguardanti la società e la politica sono Miseria dello storicismo e La società aperta e i suoi nemici L’originalità di questi lavori consiste nel tentativo di difendere le ragioni della libertà con argomentazioni di natura epistemologica.

Storicismo utopia violenza
Il concetto di storicismo, nell’uso popperiano, assume il significato di uno schema polemico per alludere a tutte quelle filosofie che hanno preteso di cogliere un senso globale oggettivo della storia (il marxismo ma anche le più antiche dottrine del mondo). Non esiste, secondo Popper, un senso della storia precostituito rispetto alle interpretazioni e alle decisioni umane poiché la storia assume il senso che gli uomini le danno. Ma l’errore metodologico più grave dello storicismo oracolare, secondo Popper, è quello di far confusione fra leggi e tendenze. Partendo dalla convinzione che se è possibile per l’astronomia predire le eclissi, perché la sociologia non dovrebbe poter predire le rivoluzioni? Lo storicismo, fondandosi su talune tendenze della società, crede di poter predire il futuro inevitabile delle cose umane. In tal modo, esso dimentica che una previsione, per essere veramente scientifica, deve basarsi su di una legge e non su una tendenza, che può perdurare per centinaia di anni, come ad esempio l’aumento della popolazione, ma può anche cambiare in un decennio o in due anni. Questa serie di obiezioni teoriche allo storicismo sono accompagnate da altrettante contestazioni politiche ad esso, come mostra la dedica di Miseria dello storicismo, indirizzata a tutti gli innumerevoli uomini, donne e bambini di tutte le credenze, nazioni o razze che caddero vittime della fede fascista e comunista nelle Inesorabili Leggi del Destino Storico.

DEMOCRAZIA
La critica metodologica e politica allo storicismo si accompagna. in Popper, al discorso sull’antitesi fra «società chiusa» e «società aperta», e all’approfondimento dei concetti di totalitarismo e di democrazia. La contrapposizione fra società chiusa e società aperta (Bergson) viene utilizzata da Popper per focalizzare l’irriducibile contrasto fra una società organizzata secondo norme rigide di comportamento ed una società fondata sulla salvaguardia delle libertà dei suoi membri, mediante istituzioni democratiche autocorregibili, aperte alla critica razionale e alle proposte di riforma. A cominciare da Eraclito (portavoce della aristocrazia greca) e da Platone (esponente della reazione alla società aperta incarnata dalla democrazia ateniese e teorico di un modello statale «organicistico») sino a Hegel (rappresentante di uno statalismo antidemocratico) e a Marx (profeta di un collettivismo totalitario), lo storicismo non ha fatto che accompagnarsi a posizioni politiche autoritarie. L’anti-totalitarismo di Popper mette capo ad una dottrina della democrazia, che costituisce una delle parti più interessanti e notevoli dell’opera di questo filosofo. La democrazia è stata tradizionalmente definita in relazione al soggetto cui viene attribuito il potere: «il popolo» o la «maggioranza». Tutto ciò, secondo Popper, serve a poco se non si aggiunge che la democrazia si identifica con la possibilità, da parte dei governati, di controllare i governanti, mediante una serie di istituzioni «strategiche» — fra cui le elezioni — che consentano il mantenimento o il licenziamento dei governanti, senza dover ricorrere alla violenza. Di conseguenza, la classica domanda: Chi deve esercitare il potere nello Stato?, importa molto di meno rispetto alle domande »Come è esercitato il potere? e «Quanto è il potere esercitato?». Ne La società aperta e i suoi nemici espone i seguenti motivi :
1. La democrazia non può compiutamente caratterizzarsi solo come governo della maggioranza. Infatti una maggioranza può governare in maniera tirannica (La maggioranza di coloro che hanno una statura inferiore a 6 piedi può decidere che sia la minoranza di coloro che hanno statura superiore a 6 piedi a pagare tutte le tasse). In una democrazia, i poteri dei governanti devono essere limitati ed il criterio di una democrazia è questo: in una democrazia i governanti possono essere licenziati dai governati senza spargimenti di sangue. Quindi se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilità di lavorare per un cambiamento pacifico, il loro governo è una tirannia.
2. Dobbiamo distinguere soltanto fra due forme di governo, cioè quello che possiede istituzioni di questo genere e tutti gli altri; vale a dire fra democrazia e tirannide.
3. In una democrazia, l’integrale protezione delle minoranze non deve estendersi a coloro che violano la legge e specialmente a coloro che incitano gli altri al rovesciamento violento della democrazia.
4. La democrazia è il sistema che permettte ogni tipo di riforma ragionevole dato che essa permette l’attuazione di riforme senza violenza.

RIFORMISMO GRADUALISTA
La difesa popperiana della democrazia si accompagna ad una critica dell’atteggiamento rivoluzionario e ad un’esaltazione del metodo riformista. Al metodo rivoluzionario, da lui definito di meccanica utopistica o di ingegneria olistica, Popper contrappone il programma della tecnologia sociale “a spizzico”, che prescrive interventi limitati e graduali, ed esorta ad avanzare un passo alla volta, confrontando con cura i risultati previsti con quelli effettivamente raggiunti e stando sempre in guardia per avvistare le inevitabili conseguenze non volute di ogni riforma, cercando di non intraprendere riforme di una complessità e di una vastità tali che sia impossibile per lui districare le cause e gli effetti, e sapere che cosa veramente stia accadendo. Di conseguenza, Popper ritiene che il metodo riformista e gradualista possegga una netta superiorità su quello rivoluzionario perché: 1) evita di promettere ‘paradisi’ che alla prova dei fatti si rivelano degli «inferni»; 2) non pone dei fini assoluti che legittimino anche i mezzi più ripugnanti in vista del loro presunto raggiungimento; 3) procede per via sperimentale, essendo disposta a correggere mezzi e fini in base alle circostanze concrete e ai risultati ottenuti; 4) riesce a dominare meglio i mutamenti sociali, senza trovarsi in situaazioni impreviste e difficili, tali da facilitare l’avvento di una dittatura traditrice degli ideali stessi della rivoluzione.

"Cattiva maestra televisione" (1993)

Secondo Karl Popper, non si può distinguere nettamente tra educazione ed informazione, ogni informazione infatti è già scelta di significati e pertanto responsabilità educativa, di cui gli operatori devono essere consapevoli. La scelta di mostrare troppe scene di violenza può portare alla distruzione del tessuto civile. Ritornando sul problema dell'ideale liberale a proposito del binomio informazione/educazione, lo si definisce secondo i criteri della limitazione dei poteri e del controllo della libertà da parte della legge, alla cui formulazione tutti possono contribuire. Sul modello degli Ordini dei medici, si propone quindi la fondazione di un 'Istituto per la televisione' che promuova corsi di formazione, conferisca licenze, vincoli alla responsabilità professionale anche attraverso interventi disciplinari. Ogni libertà deve essere infatti limitata, tale principio non è affatto in contrasto con il liberalismo, ma ne è parte integrante, e il criterio della limitazione della libertà di informazione deve valere anche per il teleschermo, affinché questo non diventi in realtà palestra di violenza. Una televisione non regolamentata può correre il rischio di diventare una sorta di 'Grande Fratello' orwelliano, molto più che non una struttura autoregolamentata. Certamente anche il consumatore che ama scene di violenza risulterebbe poi forzatamente limitato, ma una tale privazione di piacere sarebbe motivata dall'esigenza di evitare pericoli ormai riconosciuti come reali perfino dalla casistica criminale. Il caso della televisione è poi assai più urgente che non quello del cinema, anche in considerazione del gran numero di ore che in particolare i più piccoli trascorrono davanti al teleschermo.Nessuno avrebbe immaginato alcuni decenni fa che la televisione sarebbe diventata un fattore preponderante di educazione alla violenza dei bambini, in un crescendo di crudeltà e di orrore, perciò Popper esorta ad intervenire al più presto e suggerisce come correttivo il metodo dell'autocensura.


SINTESI

Karl Popper opera una revisione critica del Neopositivismo e ne supera l’induttivismo, criticando il principio di verificazione (perché richiederebbe un numero infinito di prove di verifica). Con il falsiticazionismo egli definisce un nuovo criterio di demarcazione fra scienza e non-scienza. Le teorie scientifiche si distinguono da quelle metafisiche perché sono falsificabili. Alla base della teoria scientifica c’è un metodo ipotetico-deduttivo, ossia l’elaborazione di ipotesi razionali ed empiricamente controllabili. L’esperienza non serve a fondare, ma a confutare una teoria. Anche se non sono falsificabili, le idee metafisiche possono, comunque, avere importanza per lo sviluppo della scienza: Popper distingue un contesto della scoperta (in cui anche le idee metafisiche hanno un ruolo) da un contesto della giustificazione (in cui ha valore scientifico solo ciò che è falsificabile). La scienza opera mediante congetture e confutazioni. Esiste un’unità metodologica fra scienze della natura e scienze storico-sociali. Popper sostiene il fallibilismo: nella scienza, come nella vita, si impara dagli errori. Popper, inoltre, critica lo Storicismo, considerando antiscientifica (perché non falsificabile) la sua pretesa di descrivere delle “leggi di sviluppo” della società, da cui formulare previsioni sullo sviluppo stesso. Critica inoltre ogni concezione organicistica e totalizzante della società. Contro la società chiusa egli sostiene la società aperta, centrata sulla libertà e sul metodo democratico. La democrazia richiede l’adozione di un metodo riformista, cioè una tecnologia sociale “a spizzico”, che miri non a “ribaltare” la società, ma a cambiarne singoli aspetti


Testo

Il problema dell'induzione