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Filosofia classe quinta

E’ online, liberamente scaricabile FILOSOFIA da KANT A FREUD. Un mio documento unico che include tutti gli autori trattati nel mio programma di filosofia di classe quinta, con i testi in appendice.

Heidegger // Il linguaggio come casa dell’essere

L’uomo è piuttosto “gettato” dall’essere stesso nella verità dell’essere , in modo che, così e-sistendo, custodisca la verità dell’essere, affinché nella luce dell’essere l’ente appaia come quell’ente che è. Se e come esso appaia, se e come Dio e gli dèi, la storia e la natura entrino nella radura dell’essere, si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo. L’avvento dell’ente riposa nel destino dell’essere. All’uomo resta il problema di trovare la destinazione con-veniente alla sua essenza, che corrisponda a questo destino; perché conformemente a questo destino, egli, in quanto è colui che e-siste, ha da custodire la verità dell’essere. L’uomo è il pastore dell’essere. Questo soltanto è ciò che Essere e tempo si propone di pensare là dove esperisce l’esistenza estatica come “cura”. Ma l’essere – che cos’è l’essere? Esso “è” lui stesso. Questo è quanto il pensiero futuro deve imparare a esperire e a dire. L’“essere” non è né Dio né un fondamento del mondo. L’essere è essenzialmente più lontano di ogni ente nondimeno è più vicino all’uomo di qualunque ente, sia questo una roccia, un animale, un’opera d’arte, una macchina, un angelo o Dio. L’essere è ciò che è più vicino. Eppure questa vicinanza resta per l’uomo ciò che è più lontano. L’uomo si attiene innanzitutto e solamente all’ente; e anche se, quando si rappresenta l’ente come ente, il pensiero si riferisce in effetti all’essere, in verità esso pensa sempre e solo l’ente come tale e mai l’essere come tale. La “questione dell’essere” rimane sempre la questione dell’ente. La questione dell’essere non è ancora assolutamente la domanda dell’essere, come potrebbe far pensare questa ingannevole denominazione. La filosofia, anche là dove diviene “critica”, come in Cartesio e in Kant, segue sempre la linea del rappresentare metafisico. Essa pensa a partire dall’ente in direzione dell’ente, passando attraverso uno sguardo sull’essere. Infatti, ogni partenza dall’ente e ogni ritorno all’ente sta già nella luce dell’essere.
Ma la metafisica conosce la radura dell’essere o soltanto come la vista di ciò che è presente nell’“aspetto” (ijdeva) oppure, in senso critico, come ciò che è avvistato nel ri-guardo del rappresentare categoriale della soggettività. Ciò significa che la verità dell’essere come la radura stessa rimane velata alla metafisica. Questa velatezza non è però un’insufficienza della metafisica, ma il tesoro della sua specifica ricchezza, che le è sottratto e pure prospettato. Ma la radura stessa è l’essere. Essa sola consente, entro il destino metafisico dell’essere, una veduta della quale ciò che è presente tocca l’uomo che viene alla sua presenza in modo tale che solo nell’apprensione (noei?n) l’uomo stesso può toccare l’essere. (…)
L’oblio della verità dell’essere a favore dell’imporsi dell’ente, non pensato nella sua essenza, è il senso di ciò che Essere e tempo chiama “decadimento”. La parola non si riferisce a un peccato originale dell’uomo inteso da un punto di vista della “filosofia morale” e contemporaneamente secolarizzato, ma indica un rapporto essenziale dell’uomo con l’essere in seno al riferimento dell’essere all’essere umano. Analogamente i termini che preludono a tale concetto, ossia “autenticità” e “inautenticità”, non significano una differenza né morale-esistentiva né “antropologica”, bensì ciò che va pensato prima di ogni latra cosa perché finora è rimasto nascosto alla filosofia, cioè il riferimento “estatico” dell’essere umano alla verità dell’essere. Ma questo riferimento è così com’è non sul fondamento dell’e-sistenza, bensì l’essenza dell’e-sistenza è destinalmente estatico-esistenziale in base all’essenza della verità dell’essere.
L’unica cosa che il pensiero che tenta di esprimersi per la prima volta in Essere e tempo vorrebbe conseguire è qualcosa di semplice. In quanto tale l’essere rimane misterioso, la semplice vicinanza di un dominare non invadente. Questa vicinanza è essenzialmente come linguaggio. Sennonché il linguaggio non è meramente linguaggio, giacché noi ci rappresentiamo il linguaggio, nei migliori dei casi, come unità di forma fonetica (segno scritto), melodia, ritmo e significato (senso). Noi pensiamo la forma fonetica e il segno scritto come il corpo della parola, la melodia e il ritmo come l’anima, e la significatività come lo spirito del linguaggio. Siamo soliti pensare il linguaggio in base alla corrispondenza con l’essenza dell’uomo inteso come animal rationale, cioè come unità di corpo, anima e spirito. Ma come nell’humanitas dell’homo animalis resta nascosta l’e-sistenza, e con essa il riferimento della verità dell’essere all’uomo, così l’interpretazione metafisica del linguaggio sul modello “animale” ne occulta l’essenza che gli è propria secondo la storia dell’essere. In conformità con questa essenza il linguaggio è la casa dell’essere fatta avvenire come propria e disposta dall’essere. Perciò occorre pensare l’essenza del linguaggio partendo dalla sua corrispondenza all’essere, e intenderla proprio come questa corrispondenza, cioè come dimora dell’essere umano.
Ma l’uomo non è solo un essere vivente che, accanto ad altre facoltà, possiede anche il linguaggio. Piuttosto il linguaggio è la casa dell’essere, abitando la quale l’uomo e-siste, appartenendo alla verità dell’essere e custodendola.

( M. Heidegger, Lettera sull’umanismo, a cura di F. Volpi, Adelphi edizioni, Milano 1995)

Heidegger in video

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Alcune considerazioni interessanti di Martin Heidegger. Prego di ascoltare, almeno, la limpida demolizione dell’infondata pretesa marxiana di ‘trasformare’ il mondo. (il video è tratto da www.asia.it)