HOME

Buon 2017

Quando i liberali inventarono le libertà del pensiero e della parola, tennero anche in conto i rischi della loro invenzione e si curarono da subito di precisare che anche queste, come tutte le libertà, non potevano essere intese come illimitate, ché nel caso si sarebbero da sé annullate. Dovrebbe essere oramai pacifico per tutti – ma uso il condizionale perché viviamo in tempi grilli e salvini – che un limite deve esserci, oltre che per ovvie ragioni di buon costume, anche a protezione di beni irrinunciabili della persona come i diritti fondamentali. Innanzitutto quello della pari dignità che impone di frenare per esempio l’ingiuria o la diffamazione, ma anche, a mio parere, quello sempre più urgente della riservatezza, in un mondo dove certi giornali scrivono le condanne ancor prima dell’inizio dei processi. A causa di certa stampa meschina a qualcuno tocca bere la cicuta quattro gradi di giudizio prima.
Ma torniamo per un momento alle origini. I Greci mettevano assieme, per una volta con troppa innocenza, pensiero e parola con le rispettive libertà. Forse l’etimologia del lògos impediva loro di ammettere il caso che qualcuno potesse dire ciò che NON pensava o il caso inverso, ma i Greci non avevano ancora – scusatemi la licenza letteraria – fra i coglioni uno come Di Maio, che li avrebbe costretti al dubbio. In ogni caso è un merito degli antichi l’aver per primi pensato e detto la parola libertà, che poi si traduceva in interminabili discussioni nella piazza e in qualche potere di scelta del popolo. Occorre però aspettare la complessa società moderna per arrivare alla scoperta di cui ho parlato all’inizio. Assieme alla Vita e alla Proprietà deve esserci, per il filosofo seicentesco Locke, anche la Libertà. Di espressione, di religione e anche delle libertà connesse al diritto di un equo processo, poiché deve essere posto un limite anche alla licenza del giudice che vorrebbe infliggere punizioni degradanti. Bisogna salvare la libertà individuale contro l’azione arbitraria dello Stato e ricordare, un’altra volta ancora, che la libertà di uno finisce dove inizia la libertà di un altro.

A tutti Buon 2017 libero. Possibilmente libero anche da certe scemenze sui vaccini, sui terremoti, sugli “allunaggi mai avvenuti”, sulle magiche palle dal potere lavante e su quelle, come quelle davvero poco originali sui migranti, che servono a raccattare voti nella spazzatura.

J’Accuse…

Non è stata una bella pagina della storia d’Italia lanciare le monetine all’untore nel giorno della sua caduta. Quando il Re è nudo, tutti sono repubblicani e in cento contro uno è facile gridare “Onestà! Onestà!”. Senza accorgersi che, se questa è una virtù, lo è solo quando ci viene riconosciuta dagli altri, senza sentire il bisogno di autointestarsela. Per Croce era semplicemente sottintesa, ma doveva essere accompagnata dalle capacità, le quali malauguratamente non lo sono in tutti altrettanto. Soprattutto quando si svolge il mestiere difficile di occuparsi del bene comune. E mi viene da ricordare il bene comune, quando la Sindaca della prima città sente giustamente di scusarsi coi suoi cittadini, ma commette la dimenticanza di scusarsi con uno solo fra tutti gli altri dei suoi connazionali (voglio credere che si tratti solo di un lapsus della memoria).
Ma non è qui mia intenzione partire dalla brutta pagina per arrivare all’oggi, che ne è il naturale proseguimento. E’ più bello ricordare “quando avevamo cent’anni di meno”. Quella volta l’untore era l’ufficiale Alfred Dreyfus, colpevole di spionaggio, degradato e deportato nell’isola che poteva solo chiamarsi del Diavolo.
Non ha fatto in tempo, il disonesto scrittore, a raccogliere il giusto risultato del suo accorato “J’Accuse…”, perché i tempi della giustizia sono arrivati quattro anni dopo la sua morte. Era l’accusa, per una volta di uno contro cento, all’accusa. Contro quella malattia che era “il rifiuto spaventoso di giustizia”…

Populism

Nel tempo del populismo – tempo nel quale noi stessi viviamo – siamo costretti a sentirne di tutti i colori. Una col sismografo incorporato che giura l’esser stata di 7.1 la scossa, l’altra che ritiene i vaccini soltanto un affare per i farmacisti e poi quell’altro ancora che delira intorno al dittatore venezuelano. Tutta la colpa, si sa bene, è dell’orafo rinascimentale cui venne un giorno la comoda idea di prestare al mercante non l’oro pesante, ma l’equivalente su carta leggera. Come anche si sa che quando piove la colpa è sempre di chi governa, non la natura, ma gli uomini.
I nuovi scienziati populisti ci fanno venire il sospetto di esser nati postumi e il desiderio di tornare indietro. Per esempio, al tempo dello schiavo del Menone che scoprì da solo che il lato del quadrato di area doppia di quella di uno dato è una diagonale di questo. Operazione identica a quella che la leggenda attribuisce al ben più saggio e benestante Pitagora.
Ah, potessimo tornare indietro e cominciare da capo la ricerca, che comincia dal sapere di non sapere.
Ed invece, apriamo gli occhi, e ci troviamo di fronte futuri padroni. Che non sanno. Neanche di non sapere.

(Scusate l’ultima doppia negazione, ma oggi si usa così)