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Punti di vista

In tanti, con sofferenza perché erano il frutto di una vita di sacrifici, hanno venduto il pezzo di terra e gli animali, in cambio del biglietto per le Americhe. Erano veneti o calabresi, quindi italiani del Regno, quelli che negli primi decenni dopo l’unificazione, salivano sui bastimenti più carichi di disperazione che di speranza. Certamente la prima speranza era quella di tornare un giorno, perché il luogo dove si nasce lascia radici profonde in ognuno, a partire dalla lingua che è lo strumento per pensare e che definisce quindi anche la visione del mondo.
Si parla troppo di immigrati e si finisce per dimenticare che il loro rovescio – e in realtà la stessa cosa – sono gli emigranti. Allora mi vengono in mente, senza però ricordarne le circostanze di luogo e di tempo, quelle innocenti parole di una bambina che in poesia dicevano come la vita dei ricchi sia sempre allegra, contro quella degli emigranti che cercano invece lavoro. Deve avermi colpito anche perché intendeva, come contrario degli emigranti, i ricchi.
Le fotografie in bianco e nero invecchiati, che raccontano le grandi migrazioni transoceaniche, mi fanno immaginare quella bambina tenuta per mano, con gli occhi neri smarriti, con stretta una bambola di pezza. Quando approda al porto, trovando un mondo diverso da quello pensato, l’emigrante continua a guardare con gli occhi neri dell’emigrante. Indifferente alle statistiche degli altri che lo classificano ormai come immigrato.
La storia che segue dipende dalla fortuna. Oggi voglio scegliere un finale così. La bambina è cresciuta e ormai sono grandi i figlioli della bambina. Leggono sui giornali del Duce che chiama alle armi gli italiani. Ma sfogliano l’album delle fotografie e parlano il castigliano d’Argentina, come tutti gli argentini.

Un’altra piccola storia di ieri e di oggi

1. Occorrerebbero delle competenze, che qui si ammette subito di non avere, per affrontare la complessa questione della cittadinanza, che riguarda i criteri per definire l’appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che l’appartenenza comporta. Ma un’opinione si può esprimere, fintanto che ad esprimerla ci sono anche i nostri parlamentari attuali, che sono i peggiori di sempre. Almeno una quota di questi, per mio avviso, avrebbe potuto continuare a mantenersi nello status di disoccupazione o occuparsi delle faccende domestiche.

Con l’età moderna la parte materiale dello Stato è il territorio, mentre il popolo è quella che chiamerei, con termine desueto, spirituale. Nel nostro ordinamento, dal Regno di Sardegna alla Repubblica democratica, senza interruzioni nei periodi liberale e fascista, ha prevalso l’idea che la cittadinanza venga trasmessa dal genitore al figlio (ius sanguinis), rispetto a quella che la farebbe derivare dal luogo della nascita (ius soli). Forse nel tempo della globalizzazione (sociale, economica, culturale etc.) una ridefinizione chiara del concetto di cittadinanza assume una certa urgenza.
Ma la globalizzazione – se ne facciano una ragione quelli dei centri sociali – non è una bambina, ma una signora molto anziana. Con una lunga storia di persone che da provenienze diverse si incrociano.

Quando Roma era una cosa seria (!) si era civis per nascita, ma lo si poteva diventare anche per adozione da padre cittadino e perfino per volontà, dietro una decisione collettiva. Naturalmente non erano cittadini gli schiavi, ma lo divenivano una volta liberati. Con l’imperatore Caracalla e con l’espansione dell’impero tutti gli uomini liberi erano considerati anche romani. Va detto che i diritti e i doveri progressivamente si legano nel tempo più alle cose concrete del censo familiare, che all’astratto diritto di cittadinanza. Prima dei romani nel mondo greco, tradizionalmente attento a distinguersi da quello barbarico, la cittadinanza veniva per nascita da entrambi i genitori della città-stato e liberi. Poteva essere pienamente esercitata con la maggiore età e col possesso di un reddito.

Nel lungo Medioevo, che tanto buio non è stato se ci ha dato la Magna Charta Libertatum, il diritto di cittadinanza derivava dalla residenza per un certo numero di anni dentro le mura della città. Il diritto veniva acquisito, trascorso il numero necessario di anni, anche dagli immigrati, che erano perlopiù i contadini e i borghesi abitanti dei borghi nelle sperdute campagne. Ma il fatto della cittadinanza politica, soprattutto nei primi secoli, risultava secondario rispetto all’appartenenza alla cittadinanza celeste, che comportava l’essere, per i credenti, stranieri su questa terra. Forse farebbe bene a tutti, anche oggi, prender atto che su questa terra siamo destinati ad esser senza fissa dimora.

2. In età moderna nasce lo Stato così come più o meno lo intendiamo oggi e si ridefinisce la nozione di cittadinanza. Molto grossolanamente, nella fase dello Stato assoluto l’individuo rimane un suddito portatore più di doveri, che di diritti, i quali vengono progressivamente acquisiti – e con essi si prende la piena cittadinanza – attraverso le rivoluzioni inglese, americana e francese. La cittadinanza è la partecipazione all’attività pubblica, che si esprime per esempio attraverso il voto, che è da sempre la principale preoccupazione dei populisti che vedono nell’estensione del suffragio anche alla categoria degli immigrati – fatto che rappresenta un ampliamento dei diritti – un pericolo per sé in quanto l’argomento principale dei populisti è la lotta all’immigrazione che assume spesso i toni del razzismo. Se gli immigrati, secondo una percentuale che improvviso per approssimazione, sono in rapporto 1/10 rispetto agli indigeni, conviene assecondare la parte di popolazione maggioritaria, anche arrivando ad insultare la verità, che deriva dalla constatazione, che per esempio qualche volta la minaccia alla
sicurezza può venire anche per mano indigena, senza alcun collegamento con lo straniero. Sono arrivato a parlare di oggi, ma sono certo che gli ultimi passaggi del discorso, valgono anche per quello di ieri.

3. Nel mondo della burocrazia la carta d’identità e il passaporto, definiscono bene, anche nei nomi, il legame fra l’individuo e lo Stato inteso come Nazione, che è il luogo di appartenenza fisica, ma anche culturale. Qui passo velocemente a concludere, senza troppa voglia di argomentare, ché risulterebbe flatus vocis, contro gli “argomenti” del Di Maio, del Salvini o di quelli di Forza Nuova, che tutti insieme formano una bella famiglia. Gli stessi che difendevano la Costituzione, senza averla letta. Potrebbero ora dare un’occhiata alla Costituzione americana, per farsi un’idea di ius soli e cittadinanza. Se è vero, come è vero, che l’uomo è biologia e natura, ma anche società e cultura, nel nostro mondo interconnesso e intrecciato l’intera società viene coinvolta, senza troppe distinzioni fra parti. Dalla cittadinanza sociale dovrebbe derivare anche quella giuridica, poiché non si vede un motivo per distribuire diversamente i diritti.
Concludo formulando un grande augurio per i vicini Esami di Stato ai miei studenti, senza distinzioni fra genitori d’origine o luogo di nascita. Parlano tutti l’italiano. Qualcuno meglio degli italiani.

Su complotti, (in)giustizia e populismo

Piccola storia in più parti nei ritagli di tempo libero dal lavoro

1. Le teorie del complotto hanno radici antiche e possono essere lette dal punto di vista della psicologia delle folle.
Ha attraversato la storia del cristianesimo, nella sua parte intransigente, la convinzione calunniosa dell’omicidio rituale, di cristiani su ebrei, come ripetizione dell’originario deicidio.
E’ illimitata la lista dei compilatori di liste dei presunti sacrifici cristiani per mano della Sinagoga, con il movente dell’oro giudaico. Dalla sciagurata immolazione sul Golgota – sostengono – per arrivare fino a noi, credendosi il popolo eletto gli ebrei non hanno mai smesso di spargere innocente sangue cristiano. Con la combinazione chimica del Giudaismo con la massoneria – proseguono – si svelerebbero anche l’intento e il significato politico, in ragione del crescere della prepotenza, anche finanziaria, di Israele.
Tutto questo appare come perfettamente coerente con la figura sociale, descritta per esempio nel libro del Levitico, del sacrificio espiatorio del capro. Due capre uguali, con modalità differenti ma simili risultati, venivano offerte al Signore come contropartita dei propri peccati. La fortuna storica di questa pratica, che era più magica che religiosa, ha trovato buone ragioni nel bisogno naturale di salvaguardare il proprio gruppo dalle minacce esterne, intese come colpevoli del proprio disagio, poiché viene più spontaneo dar la colpa ad altri che tenersela per sé. Funziona nell’economia complessiva della mente che necessita di rassicurazioni per prendere sonno senza cattivi pensieri.

2. A Weimar, all’inizio, c’erano da pagare i danni guerra e c’era la miseria. Streseman, di formazione liberale, dimostrò ancora una volta che quella parte è forse l’unica con la testa sulle spalle. Ridurre i costi della burocrazia e aumentare le entrate (che può esser fatto solo aumentando le tasse) portò ad una certa stabilizzazione dell’economia. Buoni trattati internazionali andavano anch’essi nella giusta direzione. Nel 1929, alla morte di Streseman, si aggiunse la disgrazia della grande depressione. Inflazione e disoccupazione incontrollate conducono inevitabilmente ad un peggioramento della qualità della vita e al conseguente malcontento. Forse un margine d’uscita, secondo la teorie classica dell’economia, poteva essere trovato. Ma sotto pressione gli errori possono sempre essere commessi. E il vento del populismo si stava alzando. Forte anche di quella antica calunnia complottista, che vien spesso buona per catturare il consenso delle masse.

3. Saranno i miei tre lettori, incluso lo scrivente, a vedere delle affinità con qualche politicante di oggi, se lo crederanno. Sarà solo incidentalmente se farò cenni a categorie come Rom , Ebrei, Banchieri e Banchieri Ebrei. Se questi ed altri gruppi sono per molti da sempre considerati portatori di sciagure, secondo la via più facile del giudizio che è quella del pregiudizio, la cosa non mi interessa. Non avendo voti da elemosinare, mi risparmio il rischio di risultar sempliciotto, semplificando una realtà complessa come fanno quelli incapaci di vederne la complessità. Qui vorrei mantenere il discorso su un piano generale.
Dopo il Ventinove, con la crisi economica arrivò la crisi politica, intesa come crisi dei partiti tradizionali. Seguì una serie di consultazioni elettorali inconcludenti, fino alla democratica elezione del dittatore, che aveva utilizzato tutti gli argomenti tradizionali del populismo, che in realtà si contavano sulle dita di una mano e per questo andavano bene per tutti. La teoria del capro espiatorio era il filo conduttore di una gigantesca lotta alla corruzione, condotta nel nome dell’onestà e dell’appartenenza etnica. Oltre ad un certo numero di persone vennero bruciati i libri, riscrivendo velocemente soprattutto quelli di storia, gli scienziati più fortunati trovarono il riparo dell’esilio, l’arte degenerata venne cancellata.

4. Forse conserva una certa diffusione il mio cognome di famiglia – che purtroppo si scrive attaccato (!) – a Triora, il paese delle streghe. Meno calunniosa, ma pienamente dentro lo schema complottista, è la caccia alle streghe e agli eretici condotta dalla Chiesa, a partire almeno dal Duecento con l’emanazione dei primi decreti papali. Quando i raccolti dei campi o degli allevamenti non davano i frutti sperati la ragione, che a posteriori cercheremmo negli eventi naturali o nelle cattive pratiche artificiali, poteva essere addebitata all’intervento malefico del diavolo per il tramite di vecchie o giovani streghe. Gli atti dei processi, quando venivano trascritti, erano e rimangono documenti preziosi per descrivere un mezzo millennio di Giustizia complottista. Sotto tortura le poverette, che in tutti i casi non avevano commesso nulla contro la legge, potevano scegliere di confessare la colpa o di non farlo. Nel primo caso sarebbero state condannate per stregoneria e nel secondo per eresia. Era una macchina perfetta, la tortura, per i giustizialisti che fra le due principali ipotesi della giustizia considerano solo la colpevolezza. Il fuoco, fra i quattro elementi, è quello più purificatore e quindi il rogo era la modalità più in uso per l’esecuzione della sentenza. Per togliersi ogni dubbio, in casi particolari, i giudici adottavano un sistema a suo modo scientifico. Si legava una pietra pesante al collo della strega e la si gettava nelle acque per vedere gli effetti secondo la legge di Archimede. Nel caso di affondamento del corpo, che ad occhio direi era il caso più frequente, si poteva forse ipotizzare l’innocenza della poveretta, che nel frattempo però era morta per via dell’annegamento. Nel caso di galleggiamento si aveva la prova della colpevolezza della strega, dato che solo le streghe galleggiano con una pietra al collo, e si ricorreva pertanto al rogo.

5. Le teorie del complotto vedono il mondo come un insieme ordinato di fatti, tutti straordinariamente collegati fra loro secondo catene di causalità, scoperte dai sacerdoti del sapere per aprire gli occhi al popolo. La legge della causalità, che spiega un fatto seguente individuando il precedente, è davvero il fondamento della scienza moderna, sebbene Hume abbia rilevato in essa da subito qualche difetto. Per esempio quello di riferirsi necessariamente alle regolarità già osservate, senza potersi spingere a predire quelle future. Russell descrive il dubbio di Hume con la notissima metafora del tacchino induttivista che, abituato a ricevere il pasto regolarmente tutte le mattine alle 9 precise si era fatto la convinzione che sarebbe stato sempre così. La convinzione cadde alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato per la festa.
Al netto di qualche limite, la scienza che è osservazione unita al ragionamento, è tuttavia il più bel regalo che l’umanità ha fatto a se stessa. Per esempio allungando la quantità della vita media e migliorandone la qualità, con buona pace degli antivaccinisti, che possono comunque sempre trovar qualche soddisfazione nell’uscire dalle cantine per manifestare con i cartelli la propria ignoranza.
C’è una lunga catena di cause ed effetti, che spiegano ad esempio l’evoluzione degli esseri viventi, ma riprendendo l’insegnamento di Monod c’è anche il caso, l’evento accidentale, che è l’unica possibile spiegazione delle alterazioni del DNA che sta all’origine di ogni possibile novità. Torniamo ai complottisti che hanno soltanto certezze e hanno la faccia come il culo quando le chiamano “scientifiche”. Vogliono farci sentire ingenui quando ripetiamo la nozione appresa a scuola delle scie degli aereoplani che sono soltanto vapore acqueo, privo di qualsiasi intervento diabolico. Devono farci sentire vittime di qualche oscuro potere, perché dietro ad ogni cosa “deve esserci”, un disegno, una trama, una serie di interessi. Non è possibile che le cose scorrano qualche volta in modo lineare. Se l’acqua raggiunge l’ebollizione a 100 gradi, deve esserci qualche deviazione. E se c’è una banca da salvare, per salvare i risparmi dei risparmiatori, ci deve esser dietro sicuramente la mano di Israele. I nostri piccoli populisti hanno forse scoperto, per il fatto che può funzionare, prendendola alla lettera, ma probabilmente ignorandone l’autore, la seguente idea. “Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia, che da una piccola.” (A. Hitler)