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Sixty Last Suppers

L’America di Andy Warhol è certamente la società del consumo di massa e del benessere. Che Warhol, a differenza di molti, accetta fino in fondo, poiché sa che senza il primo non vi sarebbe neanche il secondo. Negli anni ’60 ogni due abitanti c’era un’automobile e tante avevano gli alettoni e profili cromati. Nelle case di tutti arrivavano gli elettrodomestici per conservare i cibi, lavare i panni, pulire i pavimenti. La televisione, per coltivare sogni dietro alle immagini in movimento. Se l’agricoltura e l’industria avevano pensato all’utile, con l’economia del commercio e dei servizi si trasformano in necessarie anche le cose superflue, come le vacanze al mare o i giocattoli per i bambini. Col possesso diffuso dei beni si realizza, in un certo senso, anche la democrazia, intesa come potere per tutti. Tutti sono uguali e tutti possono permettersi tante comodità. Tutte uguali come i prodotti della pubblicità. Andy Warhol conosce bene anche i mezzi di riproduzione seriale delle immagini, come la fotografia e il cinema, ma non si accontenta. Allora ci consegna le serie della Campbell’s Soup o della Coca-Cola e le moltiplicazioni di Marilyn, di Elvis e della Gioconda di Leonardo che sono ormai negli occhi di tutti. Nel refettorio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano possiamo vedere una consumata Ultima Cena, sempre di Leonardo, qui riprodotta cinque secoli dopo in scala più o meno uguale all’originale, ma in bianco e nero e in sessanta copie a bassa risoluzione con la tecnica della serigrafia. Prima di Warhol l’opera d’arte veniva pensata come unica ed irripetibile e conseguentemente riservata a pochi. Warhol fa cadere anche quest’ultimo pregiudizio.
L’artista non sapeva che il grandioso Sixty Last Suppers sarebbe stato anche il suo ultimo lavoro.