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Non è mai troppo tardi

Il tempo dell’internet riempie di fiato la voce del popolo, quando l’Occidente, per dirla con i toni apocalittici di Spengler, si avvia al tramonto. Anche senza voler seguire negli esiti definitivi le analisi dello Spengler – che hanno cent’anni ma non li dimostrano -, risulta difficile non approvarne il pessimismo che deriva dall’osservazione del fatto che agli antichi maestri di retorica la nostra civiltà ha sostituito la specie dei giornalisti. Segno della civiltà di massa.
Non è raro, per esempio, leggere “argomenti” che ritengono sicuramente preferibile esser rappresentati da quelli che sbagliano i congiuntivi rispetto a quelli che rubano. Dev’esser colpa dei miei manuali di filosofia se ho invece sempre creduto che sarebbe ancor meglio evitare entrambi gli errori.
Non so se c’era un rapporto di causa diretta – ma certamente c’era coincidenza di tempo – fra le lezioni dallo schermo del maestro Manzi, che insegnava l’italiano agli italiani, con la prodigiosa crescita economica di quegli anni. L’introduzione della scuola media unica e dei corsi di avviamento professionale un ruolo l’avranno pur avuto nell’innalzamento dell’istruzione e nell’apprendimento di arti e mestieri che hanno reso ricche le città industriali del triangolo, assieme alla ricchezza, di braccia e di teste, apportata dai migranti interni, cercatori anch’essi di una terraferma.
Il tempo dell’internet è senz’anima e senza merito. Un tempo le tecnologie dell’acqua potabile e dei vaccini hanno ridotto le epidemie e regalato trent’anni aggiuntivi di speranza di vita a tutti. Anche ai cretini, onesti senza grammatica, che non lo hanno mai studiato.