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Il lavoro e il reddito

Le idee sono sempre in qualche modo immagini nella testa denominate con parole. Quando penso all’idea di lavoro – sebbene mi abbiano insegnato a distinguere fra manuale e intellettuale -, mi viene automaticamente da raffigurarmela sempre soltanto attraverso i segni delle mani, delle braccia e del sudore. Per semplificazione, come i pescatori di Guttuso. Mi sembrerebbe di cadere in contraddizione, se pensassi al lavoro come un fatto dell’intelletto, tenendo conto che lo spirito non fa fatica.
Dalla ruota, all’aratro, al mulino fino alla macchina a vapore, a quelle dell’avvenire per conquistare lo spazio e alle macchine che costruiranno macchine, l’uomo ha certamente lavorato d’ingegno – anche allo scopo di ridurre lo sforzo delle mani, ma sempre sfruttando la forza delle mani stesse nei cantieri dei campi, delle miniere e delle officine.
Ho letto su una rivista illustrata che i fortunati oggigiorno trovano un posto nei moderni uffici, dove si indossa sempre il vestito buono della domenica. I figli dei fortunati vengono accompagnati a scuola in autovettura e portano scarpe lucide. Hanno cartelle e astucci colorati prodotti coi nuovi materiali plastici, non vecchie cinghie di pelle consumata, che ho imparato a nascondere sotto al banco, per evitare la comparazione. I ricchi in casa hanno già gli apparecchi televisivi e festeggiano le feste nei ristoranti, spesso con lussuosi doni. Ho chiesto a mio padre di non aspettarmi più all’uscita da scuola, perché è soltanto un aspettarmi a piedi. Senza automobili.
C’è però un bel sentiero, in salita al ritorno, che costeggia un ruscello dove posso fermarmi a giocare con barchette di legno. Che un bel giorno raggiungeranno il mare.