HOME

Un’altra piccola storia di ieri e di oggi

1. Occorrerebbero delle competenze, che qui si ammette subito di non avere, per affrontare la complessa questione della cittadinanza, che riguarda i criteri per definire l’appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che l’appartenenza comporta. Ma un’opinione si può esprimere, fintanto che ad esprimerla ci sono anche i nostri parlamentari attuali, che sono i peggiori di sempre. Almeno una quota di questi, per mio avviso, avrebbe potuto continuare a mantenersi nello status di disoccupazione o occuparsi delle faccende domestiche.

Con l’età moderna la parte materiale dello Stato è il territorio, mentre il popolo è quella che chiamerei, con termine desueto, spirituale. Nel nostro ordinamento, dal Regno di Sardegna alla Repubblica democratica, senza interruzioni nei periodi liberale e fascista, ha prevalso l’idea che la cittadinanza venga trasmessa dal genitore al figlio (ius sanguinis), rispetto a quella che la farebbe derivare dal luogo della nascita (ius soli). Forse nel tempo della globalizzazione (sociale, economica, culturale etc.) una ridefinizione chiara del concetto di cittadinanza assume una certa urgenza.
Ma la globalizzazione – se ne facciano una ragione quelli dei centri sociali – non è una bambina, ma una signora molto anziana. Con una lunga storia di persone che da provenienze diverse si incrociano.

Quando Roma era una cosa seria (!) si era civis per nascita, ma lo si poteva diventare anche per adozione da padre cittadino e perfino per volontà, dietro una decisione collettiva. Naturalmente non erano cittadini gli schiavi, ma lo divenivano una volta liberati. Con l’imperatore Caracalla e con l’espansione dell’impero tutti gli uomini liberi erano considerati anche romani. Va detto che i diritti e i doveri progressivamente si legano nel tempo più alle cose concrete del censo familiare, che all’astratto diritto di cittadinanza. Prima dei romani nel mondo greco, tradizionalmente attento a distinguersi da quello barbarico, la cittadinanza veniva per nascita da entrambi i genitori della città-stato e liberi. Poteva essere pienamente esercitata con la maggiore età e col possesso di un reddito.

Nel lungo Medioevo, che tanto buio non è stato se ci ha dato la Magna Charta Libertatum, il diritto di cittadinanza derivava dalla residenza per un certo numero di anni dentro le mura della città. Il diritto veniva acquisito, trascorso il numero necessario di anni, anche dagli immigrati, che erano perlopiù i contadini e i borghesi abitanti dei borghi nelle sperdute campagne. Ma il fatto della cittadinanza politica, soprattutto nei primi secoli, risultava secondario rispetto all’appartenenza alla cittadinanza celeste, che comportava l’essere, per i credenti, stranieri su questa terra. Forse farebbe bene a tutti, anche oggi, prender atto che su questa terra siamo destinati ad esser senza fissa dimora.

2. In età moderna nasce lo Stato così come più o meno lo intendiamo oggi e si ridefinisce la nozione di cittadinanza. Molto grossolanamente, nella fase dello Stato assoluto l’individuo rimane un suddito portatore più di doveri, che di diritti, i quali vengono progressivamente acquisiti – e con essi si prende la piena cittadinanza – attraverso le rivoluzioni inglese, americana e francese. La cittadinanza è la partecipazione all’attività pubblica, che si esprime per esempio attraverso il voto, che è da sempre la principale preoccupazione dei populisti che vedono nell’estensione del suffragio anche alla categoria degli immigrati – fatto che rappresenta un ampliamento dei diritti – un pericolo per sé in quanto l’argomento principale dei populisti è la lotta all’immigrazione che assume spesso i toni del razzismo. Se gli immigrati, secondo una percentuale che improvviso per approssimazione, sono in rapporto 1/10 rispetto agli indigeni, conviene assecondare la parte di popolazione maggioritaria, anche arrivando ad insultare la verità, che deriva dalla constatazione, che per esempio qualche volta la minaccia alla
sicurezza può venire anche per mano indigena, senza alcun collegamento con lo straniero. Sono arrivato a parlare di oggi, ma sono certo che gli ultimi passaggi del discorso, valgono anche per quello di ieri.

3. Nel mondo della burocrazia la carta d’identità e il passaporto, definiscono bene, anche nei nomi, il legame fra l’individuo e lo Stato inteso come Nazione, che è il luogo di appartenenza fisica, ma anche culturale. Qui passo velocemente a concludere, senza troppa voglia di argomentare, ché risulterebbe flatus vocis, contro gli “argomenti” del Di Maio, del Salvini o di quelli di Forza Nuova, che tutti insieme formano una bella famiglia. Gli stessi che difendevano la Costituzione, senza averla letta. Potrebbero ora dare un’occhiata alla Costituzione americana, per farsi un’idea di ius soli e cittadinanza. Se è vero, come è vero, che l’uomo è biologia e natura, ma anche società e cultura, nel nostro mondo interconnesso e intrecciato l’intera società viene coinvolta, senza troppe distinzioni fra parti. Dalla cittadinanza sociale dovrebbe derivare anche quella giuridica, poiché non si vede un motivo per distribuire diversamente i diritti.
Concludo formulando un grande augurio per i vicini Esami di Stato ai miei studenti, senza distinzioni fra genitori d’origine o luogo di nascita. Parlano tutti l’italiano. Qualcuno meglio degli italiani.