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Punti di vista

In tanti, con sofferenza perché erano il frutto di una vita di sacrifici, hanno venduto il pezzo di terra e gli animali, in cambio del biglietto per le Americhe. Erano veneti o calabresi, quindi italiani del Regno, quelli che negli primi decenni dopo l’unificazione, salivano sui bastimenti più carichi di disperazione che di speranza. Certamente la prima speranza era quella di tornare un giorno, perché il luogo dove si nasce lascia radici profonde in ognuno, a partire dalla lingua che è lo strumento per pensare e che definisce quindi anche la visione del mondo.
Si parla troppo di immigrati e si finisce per dimenticare che il loro rovescio – e in realtà la stessa cosa – sono gli emigranti. Allora mi vengono in mente, senza però ricordarne le circostanze di luogo e di tempo, quelle innocenti parole di una bambina che in poesia dicevano come la vita dei ricchi sia sempre allegra, contro quella degli emigranti che cercano invece lavoro. Deve avermi colpito anche perché intendeva, come contrario degli emigranti, i ricchi.
Le fotografie in bianco e nero invecchiati, che raccontano le grandi migrazioni transoceaniche, mi fanno immaginare quella bambina tenuta per mano, con gli occhi neri smarriti, con stretta una bambola di pezza. Quando approda al porto, trovando un mondo diverso da quello pensato, l’emigrante continua a guardare con gli occhi neri dell’emigrante. Indifferente alle statistiche degli altri che lo classificano ormai come immigrato.
La storia che segue dipende dalla fortuna. Oggi voglio scegliere un finale così. La bambina è cresciuta e ormai sono grandi i figlioli della bambina. Leggono sui giornali del Duce che chiama alle armi gli italiani. Ma sfogliano l’album delle fotografie e parlano il castigliano d’Argentina, come tutti gli argentini.