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Sulla giustizia

Il numero è tanto sproporzionato che oramai è diventato la regola. Parlo dei condannati, che si scoprono assolti, però qualche anno dopo, quando gli anni non possono più essere restituiti. Troppe volte attraverso la formula “perché il fatto non costituisce reato”, formula che ripetuta a memoria passa inosservata, perde significato, quando basterebbe solo rileggerla se non costasse l’urto della coscienza che costa troppa fatica per essere accettato. Dev’essere questa la spiegazione di quella legge dell’informazione che fa mettere in prima pagina la condanna e nell’ultima l’assoluzione, offendendo con questo quella verità, che dovrebbe essere in qualche relazione con l’informazione (oltre ad offendere due volte gli interessati).
Mi permetterete, se lo faccio sottovoce, di ricordare quella volta – quattro anni fa su questa mia paginetta – quando mi prendevo la licenza di dubitare della colpa dell’ormai ex sindaco di Venezia, Orsoni. S’intende che il dubbio non veniva dalla preveggenza, ma soltanto dall’applicazione della regola, che avevo imparato anni prima leggendo Capuana.

“E la giustizia? – esclamò Lastrucci.
Quale? – replicò Morani – Di quella del mondo di là, nessuno sa niente; la nostra, l’umana, è cosa talmente rozza, superficiale, barbarica, da non meritar punto di esser chiamata giustizia. Condanna o assolve alla cieca, per fatti esteriori, su testimonianze che affermano soltanto l’azione materiale, quel che meno importa in un delitto. Il vero delitto, lo spirituale, resultato del pensiero e della coscienza, le sfugge quasi sempre; e così essa spessissimo condanna quando dovrebbe assolvere e assolve, pur troppo, quando dovrebbe condannare.”

Possiamo proseguire la lettura della novella per trovare conforto nel delitto ideale. Quello solo pensato e mai realizzato e per questo tolto alla giurisdizione dei giudici di questa terra. Messo nelle mani più sicure della Coscienza.