HOME

Controcorrente

In Parlamento siede un certo numero di indagati e i maligni osservano che questo fatto rende più difficile approvare norme, come l’agente sotto copertura e l’agente provocatore, contro la corruzione. Sembra che l’uso dello strumento degli infiltrati, autorizzati a commettere attività illecite, permetta di scoprire un grande numero di reati. In America, dove sono più avanti, la diffusione di questa pratica ha portato all’anomalia di agenti infiltrati che inconsapevolmente si trovano ad indagare su infiltrati di altre agenzie, e viceversa. Simulando una progressione, di questo passo va a finire che per numero si trovano più infiltrati di malavitosi. Ad uso dell’entusiastica condivisione social grillina, dalle nebbie cinesi emerge l’immagine di un plotone di esecuzione (e di corrispondenti eseguiti, fatti passare dalla propaganda per corrotti). Facilmente si trattava di comuni delinquenti, con qualche innocente che risulta sempre per l’errore statistico della giustizia, scoperti col nuovo, vecchio strumento dell’investigazione.
Quando lo Stato per trovare l’illegalità riserva per sé l’autorizzazione di azioni illegali, finisce di essere stato di diritto e diventa stato di polizia. Ancora una volta, un risparmio sulla legalità e la giustizia, poiché seguire la legge ha dei costi.
Devo ancora fare cenno a quel caso, accaduto nel ventennio, della guardia in borghese che chiedeva una bottiglia di grappa al bottegaio nel giorno in cui era vietata la vendita di alcolici. I giuristi hanno discusso sul fatto se fosse punibile un’azione che per legge non poteva esserci stata. Ma il bottegaio fu arrestato.
Mi viene da pensare che è meglio tenersi un certo numero di indagati in Parlamento, se serve a tenersi quel che resta di uno stato di diritto.

ABC della democrazia

1. Nelle società antiche era la norma per i governanti del bene pubblico trarne qualche vantaggio privato, sebbene Platone osservasse che mettere dei lupi a guidare il gregge di pecore poteva risultare dannoso. I lupi si sarebbero trovati in una situazione di conflitto d’interessi. Non è un bene quando l’interesse secondario di una parte interferisce con l’interesse primario della parte che si vuole rappresentare. L’onesto, in quanto grillino, assessore al Comune di Torino cancellava le multe al suo amico del cuore senza capire che questa azione avrebbe danneggiato il Comune. Berlusconi, che in una qualche situazione di conflitto d’interessi si trova, non dovrebbe rimproverare quelli della Casaleggio per scarsa democrazia. Per la stessa ragione quelli della Casaleggio non dovrebbero offendersi. Forse anche la terza parte ha qualcosa da farsi perdonare.

2. Tutti i partiti hanno dei costi, che non sono da soli i costi della politica, in parte coperti dai contributi degli eletti. Quando i partiti sono aziende – come in questo Botswana che va diventando l’Italia – gli eletti versano 300 euro al mese al proprietario dell’azienda, ripetendo il percorso dell’obolo di S. Pietro, destinato sicuramente ai poveri, ma per sicurezza versato al Vaticano. Diventano in un colpo solo 100.000 euro per l’azienda i soldi da versare quando, per qualche ragione, l’eletto nel rispetto dell’art.67 vuole garantita la propria libertà di espressione (ad esempio perché non condivide scemenze come il reddito di cittadinanza o come l’omeopatia o altre bizzarre cose), secondo l’ABC della democrazia liberale da Burke (1774) in avanti. Come si sa, per una coincidenza, Berlusconi e Di Maio (Casaleggio) odiano il principio di assenza del vincolo di mandato, contemporaneamente odiando la libertà, che è il fondamento della democrazia.
Si odiano anche vicendevolmente pur essendo stati, negli ultimi cinque anni ma a loro insaputa, dalla stessa parte. E ancora oggi dividono in parti uguali le poltrone, come si fa da sempre in questo Paese. Forza Italia

Le Roi est Mort, Vive le Roi!

Dietro l’apparente contraddizione è nascosta la prima regola del diritto dinastico, che prevede la successione al trono non per merito ma per nascita.
Come nel caso italiano della Casaleggio Associati. Possiamo riferirci indifferentemente all’azienda o al movimento politico, essendo le due cose coincidenti.
Gli italiani, per un’abitudine che viene dagli anni ’90, trovano normale votare per un’azienda privata credendo un po’ ottimisticamente che questa possa occuparsi del bene pubblico. Morta un’azienda, se ne fa un’altra.
I nostri nuovi rappresentanti della Nazione versano cadauno mensilmente 300 euro all’azienda e sottoscrivono contratti da 100.000 euro di penale nel caso volessero pensare con testa propria (conflitto d’interessi?) .

Da noi le leggi per il merito invece non si fanno mai. Basta guardarsi in giro per vedere come funziona nel Paese del nepotismo dilagante in tutti gli ambiti. Non c’è forse sempre qualcuno che passa avanti nella fila? A guardare bene forse si scopre anche perché questo Paese non funziona.